L’Ipogeo delle Cariatidi di Vaste

La prima notizia del rinvenimento dell’Ipogeo delle Cariatidi di Vaste si deve al duca Sigismondo Castromediano, Presidente della Commissione di Archeologia dei Monumenti storici e di Belle Arti di Terra d’Otranto, che così scriveva nella sua prima relazione pubblicata nel 1869: “La Direzionefu affidata al Signor De Simone, il quale …  ha fatto eseguire scavi a Vaste nei giorni 11,12 e 13 [settembre]. … Pervenuta notizia di scolture vedute in certo sepol­cro discoverto e abbandonato a Vaste, il Signor De Simone seguito dal Signor Musci e dallo scavatore Perrone vi si recò, restandovi tre giorni. Colà assistito da quel buon Ar­ciprete Carlucci[o] Giuseppe esaminò 1’enunciate scolture, le quali figurano come donne-giganti, impiantate a guisa di mensole a sostegno di doppia cella sepolcrale di vasto e nobile ipogeo, dove per apposita gradinata si scende — Tra non guari saranno di là tolte per far parte della nostra rac­colta.  …  

È utile aggiungere che in questa medesima contrada il De Simone visitò pure una grotta perforata nella collina [si tratta della Cripta dei SS. Stefani] … Di detta Chiesa fu disegnato il tipo, come dei ruderi e degli avanzi delle mura dell’antica città di Vaste, e nel lavoro il signor Musci fè tesoro degli aiuti  dell’agrimensore Signor Raffaele Urso di Vitigliano.

 

 

È da sapersi da ultimo che… il Commessario recò del pari al Museo… un fregio (buona scoltura in pietra leccese rappresentante Amore su di un carro tirato da tre leoni, ch’ei guida e doma colla sferza) grazioso dono dello stesso Arciprete Carlucci[o], e già stato levato dal grande apogeo [ipogeo, n.d.r.], di cui sopra fu riferito”.  Per gli scavi eseguiti a Rugge, Vaste e Cellino San Marco insieme agli acquisti fatti in questi due ultimi paesi, e le spese di viaggio del Commessario, dell’Ingegnere e dello scavatore… Lire 907,02”. Nel 1872 il suddetto Commissario Luigi G. De Simone, dopo aver effettuato ricognizioni e scavi a Vaste, dall’11 al 13 settembre 1869, ne pubblica la prima Carta Archeologica (Tav. VIII dei Tipi degli Scavi…, elaborata sul posto da Tommaso Musci e riprodotta da Pasquale d’Elia) con l’andamento delle fortificazioni messapiche e la localizzazione dell’Ipogeo delle Cariatidi, del quale fornisce anche una pianta, anche se in scala estremamente ridotta.

 

 

Nel 1875 apprendiamo ancora dal Castromediano, nella sua consueta Relazione della Commissione di Archeologia per gli anni 1873-74, a proposito del dono fatto al Museo dall’ingegnere delle ferrovie Andreoni, che “La bellissima Cariatide, una delle quattro dell’ingresso sotterraneo al magnifico ipogeo di Vaste, oggi barbaramente distrutto, è il dono di questo signore raccoglitore anch’egli di antichità – L’atteggiamento, la correzione del segno e la finezza dei veli di questa figura in pietra leccese (calcarea tenera) son lavoro stupendo di peritissimo scalpello –  Manca delle braccia e il viso ha consunto alquanto – Porzione dell’architrave che dalle Cariatidi mentovate sostenevasi trovasi pure da più tempo nel Museo.

 

 

Successivamente il Giudice De Simone così scrive nelle sue Note Japygo-Messapiche del 1877: “ — Molti anni indietro fu trovato nella Maura un magnifico doppio ipogeo, il tipo del quale, è segnato alla Tav. VIII, E. — Scavata nel terreno un’area (le misure della quale possono rilevarsi dalla cen­nata Tavola), fu rivestita da muratura regolare, tanto ne’ lati che nel fondo, di­visa la lunghezza in due parti; la prima fu lasciata vuota, e sul suo lato N fu praticata una gradinata, che dal livello superiore del suolo conduce in fondo all’area istessa. La parte posteriore fu tagliata da due celle mortuarie, con le porte l’una accanto all’altra. Per stipiti delle due porte furono messe quattro cariatidi donnesche, tuttavia sufficientemente ben conservate.

 

Sopravanzano alcuni pezzi di una fascia che dovea soprastare alle cariatidi; su quelli è scolpito Cupido, che guida un carro, cui sono attelati tre leoni. Uno dei quali pezzi ebbi in dono dall’arciprete Carluccio: lo depositai nel Museo, ove si vede. Scavi nella Maura se ne sono fatti, a tempo dell’Occupazione Militare, dai Francesi [anni ’10 dell’800, ndr], i quali portarono via principalmente molti cimelii d’oro. Allora fu scoperto l’ipogeo già descritto. … Io da Vaste portai nel Museo un carro pieno di oggetti, ma non osai toccare le cariatidi. Nel 1873 però il signor Andreoni, ingegnere delle Ferrovie Meridionali, ne trasportò una a Lecce, che poi donò gentilmente al nostro Museo”.

 

Nel 1888 Cosimo De Giorgi, membro autorevole della Commissione sopra citata, che aveva effettuato sopralluoghi a Vaste nell’aprile 1878 (con Giacomo Rizzelli di Ortelle) e nell’aprile 1882 (con il barone Filippo Bacile di Spongano), così scrive nei suoi Bozzetti di viaggio: “Quivi nel verziere del signor Rocco Carluccio, a pochi passi fuori del paese, presso la chiesetta di S. Antonio, sono state scoperte, pochi anni addie­tro, molte tombe. Di una più grande si vede ancora lo scavo; sebbene oggi, perduta la sua forma primitiva, sembri una vera pietraja. Quando fu visitata dal De Simone, le pareti erano ricoperte di muratura rego­lare, ed il pavimento era formato da grandi lastroni di pietra leccese. Nel lato settentrionale corrispondeva il vestibolo rettangolare dell’ipo­geo, nel quale si discendeva mercè una gradinata. La cripta era pure di forma rettangolare, ma più larga assai del vestibolo e divisa nel senso della maggior lunghezza, cioè da N. a S., da un muro che reggeva le intavolature della volta. Due porte, di fronte alla gradinata, conducevano nei due compartimenti dell’ipogeo; e quattro cariatidi, due per ciascun lato, ornavano gli stipiti delle porte. Di queste cariatidi una si conserva nel nostro Museo provinciale, do­nata dall’ingegnere Andreoni nel 1873, due altre sono ancora nell’ipo­geo vastense; tutte sono state barbaramente mutilate. Sono scolpite in pietra leccese e quindi sciupate dalle intemperie. Rappresentano delle figure muliebri ritte in piedi, maestosamente modellate con arte greca, tanto nel nudo delle braccia e del petto, come negli abbigliamenti dalle pieghe eleganti e severe! L’architrave sostenuto dalle cariatidi era pure bellissimo e nel fregio vi era figurato in altorilievo Cupido su di un carro tirato da tre leoni, ch’egli guida e doma con lo scudiscio. An­che questo fregio è stato pietosamente raccolto nel nostro Museo pro­vinciale”.

 

Il 23 agosto 1889 Cariatide e fregio erano stati ammirati dal Re Umberto I di Savoia, che durante la sua breve permanenza a Lecce ebbe modo di visitare il Museo archeologico accompagnato dal duca Sigismondo Castromediano (che ne aveva promosso la costituzione già dal 1868, per poi realizzarlo in alcune stanze a piano terra del palazzo della Prefettura).

 

Dopo la morte del duca Castromediano, avvenuta nel 1895, così scriveva ancora il De Giorgi in un suo articolo per le feste del Gonfalone di Lecce del 1896, descrivendo il Museo archeologico: “Soprattutto richiamano l’attenzione del visitatore una bellissima cariatide feminea ed un bassorilievo nel quale è raffigurato cupido che guida un carro tirato da tre leoni; lavori entrambi di squisita fattura e che ci ricordano i tempi più belli dell’arte greca. Derivano da un ipogeo trovato in Vaste nel Fondo Maura venticinque anni fa, e che visitai anch’io prima che fosse stato distrutto e interrato. Era formato da un vestibolo, dal quale per due porte si penetrava in due celle mortuarie. Ogni porta era decorata negli stipiti da due cariatidi che sorreggevano un architrave scolpito a bassorilievo. La cariatide e il frammento di architrave esistenti nel Museo furono donate al Duca [Castromediano] nel 1873 dall’ingegnere Andreoni; le altre cariatidi si sa dove si trovano, e bi­sognerebbe curare di farle pervenire nel nostro Museo”.

 

Dove si trovassero ce lo dice lo studioso Edmund Petersen, primo editore delle sculture nel 1897, che si reca a Spongano, nei pressi di Vaste, presso il palazzo del Barone Filippo Bacile di Castiglione per fotografarle e prenderne le misure; inoltre nel 1913 apprendiamo, più precisamente, da Mario Antimo Micalella che due delle Cariatidi si trovavano in casa del Barone Bacile mentre l’altra (“più mutilata ma di fattura migliore”), assieme all’altro pezzo di architrave, in quella di Monsignor Gaetano Bacile. Comunque già nel 1915 le tre Cariatidi ed il fregio risultano acquisite al patrimonio del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, diretto dal Soprintendente archeologo Quintino Quagliati (l’acquisto avvenne per £ 5.000; tra l’altro con R.D. del 1887 si stabiliva che i reperti archeologici trovati nell’ambito del territorio pugliese fossero destinati alle collezioni di detto Museo).

 

Successivamente, tranne alcuni studi di autori stranieri e del Bernabò Brea, che offre una lettura stilistica delle sculture ed un confronto con una coppia di cariatidi tarantine conservate presso il museo di Ginevra, cade l’oblio sul complesso ipogeico di Vaste fino al 1981 quando c’è una riscoperta degli studi sulla cittadina messapica ad opera del prof. Francesco D’Andria e di chi scrive con la pubblicazione della Carta Archeologica di Vaste, nell’ambito del volume Studi di Antichità, 2 edito dall’Università di Lecce.

 

Su detta carta fu localizzato con precisione il luogo del rinvenimento dell’antico ipogeo che nel frattempo, all’insaputa di tutti, era diventato il pozzo nero di una moderna villetta. Nell’ambito dello stesso volume, oltre ai contributi di noti studiosi, Jean-Luc Lamboley della École Française di Roma pubblicò una interessante nota sull’Ipogeo delle Cariatidi con una ricca bibliografia, che rappresenterà un punto fermo sugli studi del monumento. Inoltre lo stesso autore approfondisce l’argomento sia nell’ambito del Convegno dei Comuni Messapici tenuto ad Alezio nel 1981 che su un fascicolo dei Melanges dell’École Française, l’anno successivo, quando pubblica uno studio completo sugli ipogei indigeni della Puglia.

 

Il 31 luglio 1982 viene pubblicato sul Quotidiano di Lecce un disegno ricostruttivo dell’ipogeo ad opera di chi scrive, che verrà riproposto nel 1986 sulla rivista Archeo, nell’ambito dell’articolo “La misteriosa civiltà dei Messapi” pubblicato dal prof. Francesco D’Andria.

 

Dopo alcuni anni, nel settembre del 1991 escono contemporaneamente due studi sull’Ipogeo delle Cariatidi: il primo ad opera di Gilda L’Arab ed il secondo a firma Enzo Lippolis. La prima studiosa pubblica su Taras, rivista della Soprintendenza Archeologica della Puglia, un importante contributo specifico sull’Ipogeo, ricco anche di un disegno ricostruttivo della facciata monumentale e di un notevole apparato fotografico con gli opportuni confronti stilistici, datando l’ipogeo delle Cariatidi al III sec. a.C. L’Arab afferma che le Cariatidi, considerate menadi, hanno attinenza sia con il culto di Dioniso che di Artemide, divinità che ben si inseriscono nel contesto funerario dell’ipogeo e inoltre sostiene che le sculture hanno legami iconografici con alcune sculture etrusche.

 

L’ipogeo di Vaste sembra richiamare un modello vicino alla Pastàshaus; la pastàs, vestibolo distinto dal cortile colonnato, rappresentava fin dal VI sec. a.C. un ambiente di separazione per i vani più importanti della casa greca, in contesti religiosi e domestici, ed è documentato anche nelle case di IV e III sec., sia in Attica che in Macedonia e nell’Italia meridionale (Morgantina). Nell’ambito della cultura funeraria l’Arab stabilisce confronti con l’Etruria ed in particolare con Caere-Cerveteri (tomba a tumulo della metà del VI sec. a.C. a due o tre celle, con muri divisori in comune che si aprono su una corte coperta) e con Tarquinia (tomba a due celle del IV sec. a.C., dove il vano che precede le celle non è un vestibolo ma ha anch’esso funzioni funerarie); fuori dall’Italia, invece, fa riferimento ad Alessandria d’Egitto (necropoli con tombe a oikos, con vestiboli a cielo aperto che immettono in camere scavate nella roccia di piena età ellenistica).

 

La tecnica di costruzione a secco delle tombe a camera appartiene alla tradizione greca di fine VI-V sec. a.C., per questo si vedano alcuni esempi a Paestum (il cosiddetto sacello) ed Taranto, dove poi tra fine IV-III sec. a.C. si riscontrano tombe a doppia camera ipogeica, ma con accessi indipendenti alle due stanze. Le caratteristiche tecniche dell’ipogeo di Vaste trovano inoltre confronti non solo con alcuni ipogei della Messapia e della Daunia (ipogei di Egnatia con vestibolo a cielo aperto e dromos a scala, ipogeo di Arpi, con muro divisorio tra le celle funerarie e ipogeo dipinto di Ruvo con tre celle in asse comunicanti), ma anche dell’area illirica e macedone. Particolarmente interessante risulta il confronto con una tomba a camera di Svestari, in Tracia (attuale Bulgaria), datata al pieno III sec. a.C., nella quale sono presenti una serie di dieci cariatidi disposte lungo le pareti di una delle tre celle, che risultano costruite assieme al pavimento in blocchi di pietra, proprio come nell’ipogeo di Vaste. La stessa tecnica costruttiva pavimentale era stata adottata alla metà del IV sec. a.C. nelle tombe a cista macedoni di Katerini e Palatitsa.A testimonianza dei rapporti tra Macedonia e Illiria, altri confronti si possono stabilire anche con la necropoli della Basse-Selça in Albania, dove alcune tombe sono tagliate nella roccia, con vestiboli a cielo aperto in relazione a facciate decorate con elementi architettonici o scultorei.

 

Infine l’Arab fa notare che il progetto di una tomba destinata ad una coppia di defunti, quale sembra essere l’ipogeo delle Cariatidi, si presenta lontano sia dalla pratica canosina della moltiplicazione delle celle, sia dall’uso contemporaneo o prolungato di un’unica struttura con più deposizioni, che caratterizza invece le tombe a camera messapiche. Il secondo contributo di Enzo Lippolis è pubblicato nell’ambito del volume “Vecchi Scavi Nuovi Restauri”, che reca in copertina una foto a colori della facciata monumentale dell’ipogeo, così come ricostituito nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto. L’autore afferma che l’ipogeo di Vaste rappresenta un unicum e che è di eccezionale importanza, ma privo di confronti diretti con monumenti simili di altri abitati pugliesi; la datazione si basa solo su confronti stilistici in mancanza di informazioni sulle deposizioni e sui corredi. La ricostruzione e la lettura del monumento presenta ancora numerose incertezze anche se si hanno vari elementi pertinenti alla parete del vestibolo che costituiva l’accesso alle camere sepolcrali.

 

Lippolis fa notare inoltre che ci sono differenze stilistiche tra le cariatidi di Vaste e quelle tarantine conservate a Ginevra e che le stesse non sembrano mostrare nemmeno stretti confronti con la tradizione plastica funeraria tarantina, a differenza di quanto sostenuto dal Berbabò Brea e dal Lamboley. Più vicine a quelle di Vaste sono le cariatidi del Teatro di Monte Iato (del 300 a.C.) e una cariatide dal teatro greco di Solunto, entrambe in Sicilia; altri confronti si possono stabilire con alcune sculture arcaistiche rodie ed in particolare con una statuetta femminile conservata nel Museo di Rodi e con le cariatidi dei piccoli propilei del santuario di Demetra ad Eleusi. Confronti dunque più stretti con l’area egea più che con la Magna Grecia. Tombe a facciata monumentale prospettante su vestibolo a cielo aperto si hanno anche in Tracia (a Svestari), in Macedonia ed in alcune tombe monumentali dell’area alessandrino-cirenaica come la tomba delle cariatidi a Cirene.

 

Incerta risulta anche l’interpretazione delle cariatidi di Vaste come menadi ma risulta più probabile uno stretto collegamento con l’ambito funerario a giudicare dalla posizione delle stesse contro gli stipiti delle porte delle camere funerarie a significare un passaggio assimilato alla porta dell’Ade. Ed a questo proposito altri confronti si possono stabilire con l’ipogeo di Leucadia in Macedonia e con l’ipogeo Volumni a Perugia. L’archeologo sostiene, infine, che si possono stabilire dei nessi tra le classi sociali abbienti della Messapia ed i Principi della Daunia (III sec. a.C.) e che le sculture di Vaste risentono di modelli stilistici vicini alla scultura funeraria tarantina del IV-III sec. a.C., ma subiscono anche influenze di altre scuole ellenistiche, per cui propone una datazione relativa al III sec. a.C., anche con la possibilità di una collocazione in una fase avanzata del secolo. Nell’ambito di questo stesso volume figurano, inoltre, alcune note relative all’intervento di restauro effettuato sulle tre statue e sul fregio, presenti nel Museo tarantino.

 

Un’ultima definitiva sistemazione ricostruttiva della facciata monumentale dell’ipogeo (comprese le copie della Cariatide e del fregio conservati nel Museo Provinciale di Lecce) è stata operata alla fine del 2007, in occasione del nuovo allestimento del Museo Nazionale di Taranto (MARTA), ad opera della Soprintendenza Archeologica della Puglia. Al 2010 risalgono gli ultimi lavori con ipotesi ricostruttive relative all’ipogeo: un’assonometria ed un prospetto della facciata, ad opera di chi scrive (nel volume Messapia, di Lory Larva); una sezione elaborata da Francesco D’Andria, Katia Mannino e Tommaso Ismaelli, nell’ambito di un fascicolo curato dal Prof. Francesco D’Andria sul Parco Archeologico dei Guerrieri di Vaste ed infine una ricostruzione tridimensionale in dvd elaborata, grazie all’intervento dello scanner 3D, dal Siba dell’Università del Salento con la collaborazione del Caspur di Roma.

Di Gianni Carluccio

 

 

 

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– 2010  L. LARVA, Messapia, terra tra due mari, con documentazione grafica e fotografica di Gianni Carluccio, Galatina 2010, 181, 263; F. D’ANDRIA, K. MANNINO, T. ISMAELLI, L’Ipogeo delle Cariatidi in Parco dei Guerrieri, a cura di Francesco D’Andria, Lecce 2010, 15.

 

Lecce, 28 marzo 2011

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