Nella Casa di Carmelo Bene

ALPHA di Francesco Pasca.

Il Pensiero da un punto ormai non fisso si sposta avanti nel Tempo e in quel fare mi tornano le parole di Maria Luisa Bene. Lei è in piedi, descrive la Parola con le sue Pause che diventano Gesto: «Tutto parte dal basso, dal fremito generato dai piedi che sussultano e poi si irrigidiscono. Tutto è costretto a salire, lentamente, lungo i polpacci, per le ginocchia e verso il bacino. A sua volta, i muscoli si contraggono e spingono un po’ più in alto, sul diaframma. Poi, verso l’alto, è il Pensiero. Tutto, l’Uno, passa costretto in gola e si libera come un soffio accompagnato dalla mano.» Da questo momento cerco di liberare il mio soffio.

 

 

FRANCESCO PASCA, MARIA LUISA BENE, GIANNI CARLUCCIO

Scrivo il pensiero correndo all’indietro. Le emozioni vicine s’avvicinano alle lontane e si scontrano. Scrivendo, anch’io corro e cerco di separarle, costringerle ad auto dettarsi senza muovere il corpo.

1) Se l’Uno sarà identico a se stesso, non sarà Uno con se stesso;

2) essendo Uno non sarà Uno sebbene questo sia impossibile;

3) è anche impossibile per l’Uno o essere diverso da Altro o essere identico a se stesso.

Questo è scritto (Platone, Parmenide)

 

Il nove di aprile ho scrutato il cielo. Ho voluto vedere il mio cielo, ho dialogato e, guardandolo, ho percorso la serata appena trascorsa, quella segnata, ancora una volta, dalla sua ventiquattresima ora.

Alle ore una e trentotto, al ritorno dal Sud, da Santa Cesarea Terme, ero sul terrazzo della mia casa, un po’ più a Nord. Faceva freddo, ma imbottito come ero l’ho sopportato. C’era ancora all’orizzonte a Sud-Est Antares. Un’ora prima mi ero affacciato tra gli spigoli di altre case, dalla Casa, ed era lì. In quella tersa serata di preannunciata primavera ho attraversato lo spazio, verticalmente, tra Antares e Arcturus. Nell’attraversarlo, più a destra, verso Est, la Corona boreale, serto di Arianna. Scorgevo l’Arianna abbandonata sull’isola e poi consolata da Dionisio con il diadema d’oro come regalo di nozze tramutato, dallo stesso Dioniso, in costellazione.

 

La stella Alfa di quel serto accompagnava ed espandeva il Serpente verso un’altra costellazione, la Bilancia. Prim’ancora di affondare nel fitto ed intricato sussulto di quell’intorno, ritornavo e volgevo lo sguardo ancora ad Ovest, mi riprendevo simbolicamente il mio tempo, m’attardavo, inseguivo il percorso dei pianeti che facevano una larga curva tra Sud-Est e Nord-Ovest. Su quella curvatura ideale a Sud-Est sorgeva Plutone, poi, sul suo periplo trovavo Saturno e Marte che s’avviavano al tramonto a Nord-Ovest. L’Ovest risplendeva con Regolo e l’Idra. Come già il Serpente, quest’ultima si distendeva occupando lo spazio tra Sud ed Ovest. Appena al di sotto di Marte, evidenti e chiare le stelle di Castore e Polluce nei Gemelli. Il mio dialogo continuava a Nord ed, in alto, vedevo l’Orsa Maggiore, in basso l’Auriga con Cassiopea e la Giraffa che mi indicavano l’Orsa Minore. Il mio viaggio non poteva che ritornare ad Est, sebbene m’attardassi. Ora l’Est risplendeva con Deneb nel Cigno, con Vega nella Lira, Altair nell’Aquila.

 

Ho descritto il mio Menone platonico, ho caratterizzato il mio palcoscenico. Mi metto ad ascoltare e mi adagio al cospetto della Virtù e del suo insegnamento.

L’otto di aprile 2010 parrebbe, come tutte le date, assegnata ad essere porzione di tempo, l’inizio ancora più vasto scandito dalla ventiquattresima ora. Quella convenzione, per noi ripetitiva, ma assolutamente diversificata, dovrà, altresì, essere il dialogo, il dirompente, l’impossibilità a considerare l’attività della nostra ricerca del Vero e il poterlo, poi, riferire ad un sé universale, all’Idea.

 

 

DEDICA DI MARIA LUISA BENE A GIANNI CARLUCCIO

 La sensazione era di trovarsi nell’assoluto non ancora assolto, nella Sensazione di una Conoscenza apparente. Chi del Tempo non ne ha mai saputo controllare il suo spazio e chi ne guarda il cielo e non ha mai fatto un oroscopo sa che quello spazio guardato è l’unica certezza del visibile uguale, universale. Sa che quello spazio, pur non accorgendosene, si modifica quanto il suo sé. Sa quale è il rapporto tra la Virtù e l’Identificazione con la Conoscenza e quanto la teoria può contribuire alla manifestazione delle idee. Ho già descritto su queste pagine della Casa che s’affaccia a Nord sul mare, e, ad Oriente s’impreziosisce alla vista della dimora che fu teatro di “Nostra Signora dei Turchi”.

 

Ritornavo, ieri, come un’urgenza nella dimora di Maria Luisa. Ritornavo fra i ricordi di Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene. Sentivo il bisogno di assaporare la dolcezza aspra della Parola. Sentivo il bisogno di riascoltare l’odore dello zolfo. Non era più Equinozio di Primavera, ma la sera dell’otto di aprile nella Sua settantunesima volta di quell’approssimarsi alla ventiquattresima ora.

 

In sei, seduti intorno ad un tavolo dal piano di cristallo facevamo corona alla Signora, settima ed unica stella splendente di quell’occasionale costellazione, l’Alfa. In ordine a partire dalla Sua sinistra, Gianni Carluccio, Maurizio Nocera, Oronzo De Cataldo in arte Orodè, Simone Giorgino, Simone Franco e alla Sua destra, a chiudere, chi qui scrive. Chi scrive e ricorda, retrodatandosi nei suoi già diciotto anni in quei luoghi, in quelle in-pronunciabili Bene-Parole che via via sarebbero diventate Poema, ma non solo. Assumevo quei diciotto anni, si sommavano, ed avevo l’opportunità di ri-transitare velocemente, fermarmi e ascoltare la loro moviola, il loro nastro temporale in onore di un ascolto che si ripeteva nel tempo e nell’immagine.

 

Nostra Signora dei Turchi era tornata, lanciava il suo messaggio ai sei personaggi-autori in cerca della propria Anima. Ascoltavamo quel messaggio. Vivo, era, l’ascoltare. Riaffioravamo, come quel febbricitante personaggio, come voci in un confuso ricordo di quella strage avvenuta nel lontano 1480. Questa volta erano i malcapitati, i refrattari, i detrattori delle Sue Opere, sui quali, l’ottomano crudelmente infieriva per la loro credulità ed ignoranza culturale.

 

Si sentiva il ripetersi, l’incedere di Oreste del Buono nell’indicare agli sprezzanti: «in Italia abbiamo (aggiungo: avuto) un genio, ce lo meritiamo?»

Fu da quella ragione di Merito che è anche Virtù che iniziava il Dialogo del nostro Menone e si delineava la sua struttura.

 

 

EGIDIO ZACHEO, Sindaco di Campi con CARMELO BENE

 

Gianni Carluccio era l’instancabile documentarista d’immagini. Da preciso ingegnere le collocava nello stretto rettangolo dell’obiettivo. Foto su foto descriveva l’ambiente, le pause, i volti, le curiosità che andavano a scavare nell’impensabile. Nulla sfuggiva alla ripresa d’insieme. Era altrettanto curioso di e nella scena che si dipanava.

Maurizio Nocera era regista silenzioso. Mi sollecitava, a gesti, a prendere appunti e lasciava spazio alla curiosità giovane del momento. Anche lui era portato all’ascolto. Sono sicuro che svolgeva il suo nastro magnetico mentale ed era pronto, poi, a riversarlo per la Fatica finale. Maurizio Nocera scriverà la biografia dell’Impossibile CB. Quella promessa era stata “concessa” dalla gelosa Maria Luisa la sera di marzo del 2009 nello stesso bianco salotto sul quale allora sedevano, Valentina Sansò, Mauro Marino e Piero Rapanà.

 

Nel frattempo, quella promessa era divenuta realtà. Maurizio Nocera scrive! Scriverà!

Orodè incalzava Maria Luisa con Teorema e Pasolini, voleva sapere. Lei glissava.

Nel definirsi del Dialogo, Simone Franco chiedeva al suo “Socrate” del clamoroso incidente con la stampa italiana a Venezia. Ricordava le parole di Carmelo: "Con la stampa italiana in genere non intendo parlare. Sono pronto a qualunque colloquio con la stampa estera". Chiedeva, altresì, di una “beat generation” e se questa fosse stata in grado di assumersi ad essenza di quella Virtù.

Il nostro “Socrate” non può che rispondere con le parole dello stesso Carmelo: «Chi ha talento ha predisposizione per fare, ma solo il genio se lo può permettere».

Poi avvenne un incalzare. La capacità di “Socrate” non solo fu nell’ascolto, ma anche nella Memoria.

 

 VEDUTA DI SANTA CESAREA TERME DALLA CASA DI CARMELO BENE 

 

Non era Margherita, ma Maria Luisa. Era Lei, con le vesti della Santa Maria d’Otranto, a non comparire. Eravamo noi a renderci a Lei materialmente presenti ed era Lei che ci esortava ad Essere. Ci esortava a non essere come seconde coscienze. Lei indossava la sua armatura colorata di rosso e di nero con in testa la celata d’argento. Lei intrattenne con noi un dialogo socratico di Virtù, di Nobiltà Artistica e Culturale.

È ancora presente nella sua e nostra memoria Ruggero Ruggeri che recita "Com’è bella giovinezza" e un Arnoldo Foà alle prese con il suo cavallo di battaglia "Alle cinque della sera".

 

Tutto ebbe inizio un poco più tardi delle diciannove e trenta. Il percorso, in auto, ci avrebbe portati a sedere sulle candide poltrone di Casa Bene. Gianni Carluccio alla guida allietava me e Maurizio Nocera con canti selezionati dalla sua scrupolosa collezione e magistralmente interpretati da Tito Schipa. Sulladestra, lungo la strada, a Sud-Ovest, si profilava Sirio nel Cane maggiore ed un po’ più a destra la grande sagoma della costellazione di Orione con la sua cintura, Betelgeuse e Rigel. Ad Ovest Aldebaran indicava la presenza del Toro. Eravamo in lieve ritardo.

L’accoglienza, come sempre fu splendida, s’accompagnò da augurali ringraziamenti. Ancora più in ritardo, ma ci raggiunsero unendosi a noi, Simone Franco con Simone Giorgino e Orodè. Da quest’ultimo vedevo dondolare un “bimbo rubicondo” era la fiasca di vino rosso. Un primitivo di Manduria che, nell’arco di tempo dei convenevoli, era già nei rispettivi bicchieri. Constatavo la fragranza di quel robusto vitigno e con la sua bevuta mi riportai alle note appena ascoltate in auto e alla visione notturna del paesaggio che, nell’immobilità apparente, viaggiava alla mia destra.

S. CESAREA TERME, PALAZZO PASCA (oggi proprietà STICCHI) 

Ero giunto nella Casa, ero lì a sedere sulla bianca poltrona e non potevo non sentirmi attratto da un grosso volume dalla copertina nera e dal titolo “Il dizionario delle Idee”. Un’attrazione rispettosa tanto da non sfogliarlo sebbene si trovasse ad una spanna.

Su quella curiosità la mia distrazione.

Di lì a poco, tutti, eravamo seduti a mangiare pasta e fagioli. Facevamo corona alla Signora, settima ed unica stella splendente di quell’occasionale costellazione. Era l’Alfa. In ordine a partire dalla Sua sinistra erano, come già detto, Gianni Carluccio, Maurizio Nocera, Oronzo Deoro in arte Orodè, Simone Giorgino, Simone Franco e alla Sua destra, a chiudere, chi qui scrive. Al centro troneggiava la fiasca trasparente del primitivo di Orodè, stridente oggetto d’una civiltà fatta di plastica, ma stranamente accordata con la vivacità dei commensali rispecchiati nel suo splendido contenuto.

A quel punto ritornavano impellenti le domande: che cos’è la Virtù? Cosa è stata, la Virtù, per Carmelo?

La risposta: Nella Poesia, nella sua lettura ed ascolto.

Se l’Uno sarà identico a se stesso, non sarà Uno con se stesso. Essendo Uno non sarà Uno sebbene questo sia impossibile.

É anche impossibile per l’Uno o essere diverso da Altro oppure essere identico solo a se stesso.

È l’impossibile divenuto possibilità per l’Unico, quella fu la Virtù.

Ecco allora che Simone Franco iniziava a recitare Arthur Rimbaud. "Città".

 

La Virtù diventava l’analisi del paesaggio. L’assurda combinazione. L’incapacità di questa nostra società di essere sottomissione-luce-lavoro-pittura-ghiaccio-colore e poi ancora a differenziarsi in:notte-sogno-musica-trionfo e, poi, ancora in:scetticismo-immobilità-nebbia. Tre stadi cantati per esaltare l’Uno, Paesaggio Nuovo, Coscienza e Sguardo di una Dimensione.

Ma i giovani vogliono sapere, capire quale interazione con il mondo parallelo culturale intorno a Carmelo, quale Coscienza può aver l’interazione, quale la “combine” con la Beat Generation. Nasceva così il dialogo fra me e Simone Franco. C’era intesa. Si comprendeva l’importanza di quegli anni. Dei sessanta-settanta si avvaloravano le potenzialità assunte e mai totalmente eviscerate ed ancora sopite nel Fare.

Poi si riprese a recitare "La Betissa" di A. Verri. Simone voleva raccontarci “l’invenzione espressiva” il codice linguistico de L’uomo dei Curli, la “trasformazione” di quel codice, l’ulteriore significato di quella significazione. La voce diventò scrittura fantastica. La realtà ancora una volta ci ingannò si alterò, ci indusse all’allusione, all’associazione delle nostre idee che divenivano libere di assumere qualsiasi valenza. Lo stile divenne un pretesto creativo. L’ascolto era la stessa emozione di come, di lì a poco, si ascoltò la profezia tracciata da Carmelo nelle Poesie dell’infanzia, le inedite, quelle che Maria Luisa ostentava con gelosa maestria.

DEDICA DI LYDIA MANCINELLI A GIANNI CARLUCCIO

Erano Parole che gridavano a bassa voce di […] Provai a descriverle mentalmente. Mi estraniai. Urlavano di “Bianche ossa esposte al sole”. Nella fantasia di quel fanciullo pensai si fossero affacciate le visioni Poetiche proiettate nell’impalcatura sternale del Suo Diaframma su cui sarebbero andate a strizzarsi le Parole. Erano i bianchi archi e i piedritti delle architetture arabescanti della dimora del mio bisnonno Giovanni, di quella che diventerà Luogo di Nostra Signora dei Turchi. Erano le bianche cornici contorte ed altrettanto armoniose sul rosso del Suo sangue. Erano le Sue pause che griderà dai palcoscenici con tanta cipria sul volto e con gli occhi segnati.

Di quegli occhi, avevo ascoltato precedentemente una visione d’immagine che si era scolpita nella mente e che difficilmente dimenticherò. Maria Luisa aveva descritto la torre campanaria che vedeva da bambina dalla sua casa a Lecce in via S.Cesario: “Come orbite vuote …”. Immaginavo quelle orbite dalle bianche ossa esposte al sole, poi la mia fantasia si interruppe.

Simone Giorgino fu strattonato per leggere o « ‘l mal dè fiori » o Bodini. Iniziò con "La luna dei Borboni". La sua lettura era pacata come il paesaggio descritto. La pausa era seguita attentamente da Maria Luisa che ne assecondava il ritmo con il gesto. Le parole come colori prendevano forti contrasti. S’avvertiva l’ambiguità dell’ambivalenza che ha il poeta verso la sua terra. Simone Giorgino l’assecondava con una recitazione che diventava affanno. Era il Sud intristito che si era fermato e che lo aveva ricondotto al paradosso, ad un’esistenza che s’attardava ad esistere, che forse non può esistere. Maria Luisa l’avvertiva. Era Margherita che come la Memoria ritornava e faceva ritrovare il protagonista a contatto della sua terra, a prendere Coscienza dei suoi tanti Paesi, della sua esistenza. Ma, per Conoscere il prestigiatore di parole, occorreva « ‘l mal dè fiori » ed ecco che era ancora un incalzare. Le parole di "Da teste n’cazzo populesco mmazzo" di CB diventavano saltelli, cadute, trabocchetti di scilinguagnoli dove la pausa era il trattenere il fiato per poi riversarlo con lo stesso impeto con il quale quella risacca di parole si infrangeva un piano più sotto di noi confondendosi con l’acre odore dello zolfo.

Ci venne, credo, in mente, “lo scatenato” un film con Vittorio Gassman pazzo che prende a schiaffi un ignaro Carmelo Bene vestito da prete, macchia nera delle nostre coscienze.

Avevamo appena parlato di Gassman, di uno strano sodalizio mai consolidato. Due personaggi che hanno avuto in comune solo il giorno di nascita, il primo di settembre. L’anno li avrebbe divisi come le parole. 1937 il primo, 1922 il secondo. Un sovversivo il primo ed un moderno il secondo. Anime del teatro, Attori divisi da aggettivi impossibili come l’Uno che non sarà mai identico a se stesso. Come l’Uno che non potrà mai essere Uno. Come è anche impossibile per l’Uno o essere diverso da Altro o essere identico a se stesso. Come Il sogno che può diventare realtà e se ne ha paura. Foto su foto, Gianni continuava a registrare le nostre e sue immagini. Alcune erano quasi strappate alla gelosia di Maria Luisa, saggia amministratrice di sé.

Tutto quello che è accaduto ed è stato diveniva come "Coetera de troviero…" cose che non furono mai:

«Coetera de troviero delle cose che non sono e/de impensata vida cuerpo ratt viandante/carnaschèlter vanzada d’ier polpetti de la capa l’inappresi/de imperiottuso mineral tradito ‘n forme dall’arte Intento s’era/trascurare l’arbusti le casuole i vigni/fich d’India persich fiór d’naranz profumm/de rosmarin pour vous de’ caldar ‘l ramm e ‘ tant fastidi/di grì ‘n del coo e issimissimo l’bell de usellin cantatusc stechii/mucho querido plato de garganta/d’Santambroeus la postalcartolinnadi barche dent ‘l port inamorata il tuttch’è miserere de’ poeti ‘l più Per alter scriv ‘me di súbito ‘n voce dis-voruu attual»

Le Cose che non furono mai, se mai riuscirò a trovarle, si perdono nello spazio infinito che ho guardato al termine di quella ventiquattresima ora. Dalle ore una e trentotto, dopo quel giorno, al ritorno dal Sud, ho atteso le venti e quindici di quello stesso giorno del duemiladieci. Venere sta tramontando ad Ovest.

 

Mi fa piacere riportare in questa sede un ottimo articolo dell’amico Prof. Francesco Pasca (pubblicato in due puntate sul quotidiano “Il Paese Nuovo”, nei giorni 21 e 22 aprile 2010), in riferimento alla sera dell’8 aprile 2010 a Santa Cesarea Terme, in compagnia di alcuni cari amici e di Maria Luisa Bene, sorella del celebre attore-regista salentino Carmelo Bene, per festeggiare il suo 71° compleanno (G.C.).

 TUTTE LE FONO APPARTENGONO ALL’ARCHIVIO DELL’ING. GIANNI CARLUCCIO E SONO COPERTE DA COPYRIGHT.

2 pensieri su “Nella Casa di Carmelo Bene

  1. grazie Francesco per i tuoi preziosi complimenti.
    Speriamo che la Provincia riesca ad acquistare quella Casa che noi conosciamo BENE…
    Gianni

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