Federazione Italiana Club UNESCO. Conv. Naz. Squillace, ottobre 2011. “Invito a tavola nella Grecìa Salentina”; testi di I. Blattmann D’Amelj, grafica di G. Carluccio

 

COMITATO PROMOTORE DEL CLUB UNESCO DI ZOLLINO (LE)

 La “Grecia Salentina

La “Grecìa salentina” è un’isola ellenofona, formata da nove Comuni della Provincia di Lecce: Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino, nei quali si parla un dialetto neo-greco, noto come griko, ai quali si aggiungono i Comuni di Cutrofiano e Carpignano Salentino, non ellenofoni.

 

 

Si tratta di un idioma di origine greca (bizantina secondo la tesi di Oronzo Parlangeli e magno-greca per il filologo tedesco Gerhard Rohlfs), perlopiù parlata e legata all’ambiente contadino, che a partire da metà ‘800 ha prodotto le prime raccolte a carattere filologico-letterario di Domenico Comparetti, Giuseppe Morosi e Vito Domenico Palumbo). La trasmissione orale da padre in figlio ha inoltre contribuito a conservarne il patrimonio culturale con il volgere delle generazioni.

Questa cultura, ancora viva nella comunicazione linguistica e nella trasmissione alle giovani generazioni, attraverso l’insegnamento scolastico, è stata custodita nella memoria popolare, nella psicologia della gente, nelle costruzioni rurali, come ad esempio le cosiddette “pozzelle” (cisterne per la raccolta delle acque piovane), nei monumenti e nella toponomastica, nei riti religiosi, nei canti d’amore e di morte, detti Moroloia, ispirati alla mitologia greca, nei caratteri della gente (I. B.D’A.).

 

INVITO A TAVOLA NELLA “GRECIA SALENTINA”

IN ETÀ MEDIOEVALE

L’area della “Grecìa salentina” è stata negli ultimi decenni più volte oggetto di indagini archeologiche, grazie a scavi sistematici condotti dal prof. Paul Arthur del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento.

Ne sono esempi le indagini nel villaggio medievale di Apigliano, situato tra Zollino e Martano, la ricognizione nel territorio di Sternatia, che ha restituito ceramica bizantina e rinascimentale (Palazzo Baronale) ed ancora gli scavi di Corigliano (Castello De’ Monti), che hanno messo in luce una serie di stratificazioni anteriori al XVI secolo.

Ancora, da Calimera, località S. Biagio, proviene un’anfora, collocabile al X secolo, destinata al trasporto marittimo o allo stoccaggio di derrate o liquidi, compresa l’acqua, a testimonianza di collaudati percorsi commerciali.

Cutrofiano e Soleto, infine, sono i centri nei quali negli ultimi decenni si sono indirizzati gli studi scientifici, con la pubblicazione costante dei risultati nella collana dei Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano, dai quali è tratto gran parte del materiale grafico e fotografico qui presentato.

Pentole, piatti, scodelle, brocche e altri manufatti fittili risultano protagonisti della storia di ogni giorno e la ceramica riflette l’entità degli scambi commerciali, delle tecniche, delle idee, di una koinè culturale di cui questo territorio dovette far parte.

Tre sono gli ambienti quotidiani nei quali la suppellettile aveva un ruolo  importante: la cucina, la dispensa e la mensa, dove il cibo era destinato alla cottura, alla conservazione ed alla consumazione. In questi luoghi  l’illuminazione  era affidata  alle lucerne, realizzate in ceramica, in forme  più piccole per l’uso domestico, in quelle più grandi per i frantoi.

 

La cucina

Le forme frequentemente attestate nelle case della “Grecìa salentina” medievale riflettevano una preparazione dei cibi alquanto semplice e poco varia ed erano costituite da un servizio di pentole dalla forma chiusa, globulare, con una o due anse, spesso ricoperte da una sottile vetrina trasparente al piombo per renderle impermeabili. Queste forme erano spesso immerse nella terra battuta e sostenute da pietre, collocate accanto al fuoco ma non a diretto contatto, a causa dello spessore sottile delle pareti. Altra tipologia presente era l’olla, spesso di piccole dimensioni, senza anse e con tracce di bruciato sul fondo a testimonianza di un utilizzo diretto con il focolare per una cottura più lenta dei cibi, come zuppe, minestre e stufati. Meno frequenti erano le pignatte che servivano per riscaldare porzioni individuali di alimenti solidi e liquidi, a base di salse o di vino con spezie o, nelle forme più grandi, per la cottura di carni bollite o ancora di zuppe.

Tra le forme aperte, si individuano grandi e medi bacini acromi, talvolta con decorazione a impressioni digitali, probabilmente utili per la preparazione a crudo degli alimenti. La datazione viene circoscritta tra XIV e XVI secolo, con anticipazioni anche precedenti.

La dispensa

Gli anforacei, talvolta con un filtro inserito internamente nel collo per depurare l’acqua, erano molto frequenti nelle dispense medievali, a partire dal XIII secolo. Gli esemplari, sia acromi che dipinti, presentano un corpo ovoidale e due anse verticali a nastro. Erano utilizzati per la provvista di acqua, in quanto l’argilla ben si presta a mantenere fresche le bevande, o per conservare derrate, grano o legumi ed infine per piccole riserve di vino ed olio. I vasi acromi presentavano talvolta elementi decorativi “a pettine”, realizzati a crudo. La decorazione più frequente prediligeva colori rossi e bruni con diverse varianti a partire dalla fine del XIII fino al XV secolo.

La mensa

Lo studio delle  ceramiche da mensa è il più complesso per la notevole presenza di classi ceramiche, per le varianti dei profili e per la scelta decorativa dei temi e dei colori volta per volta adottati. Tra le forme chiuse più frequenti troviamo le brocche o piccole anfore per acqua o vino, utili al contenimento liquido della dose giornaliera.

A Cutrofiano si sono rinvenute piccole anfore per acqua (’mbili), da portare direttamente alle labbra con un piccolo versatoio. Questi manufatti risultano piuttosto semplici e  prodotti in serie su larga scala da parte di più botteghe che riuscivano a soddisfare la richiesta di un vasto mercato con bassi costi di fabbricazione.

Tra  XIII e prima metà XIV secolo da Apigliano provengono bottiglie con tappo per acqua e vino,  con decorazione a “doppio bagno”, in giallo e verde, tecnica che trova testimonianza con la coeva produzione della Dalmazia, a Spalato. Fino al XV secolo abbiamo inoltre sulle tavole medievali salentine una grande varietà di ceramiche invetriate in diversi colori, dal verde al giallo al rosso, in bicromia o policromia, con decorazioni che prediligono soggetti zoomorfi, vegetali o geometrici, dipinti sotto vetrina trasparente, con il metodo della  doppia cottura in fornace.

Accanto alle forme chiuse, molto frequenti sono quelle aperte con piatti, ciotole o scodelle di diverse dimensioni (da portata o per uso individuale). Talvolta, la decorazione risentiva di motivi più elaborati e presenti in area orientale, spesso magrebina, a testimonianza di un commercio che superava le vie locali. Ancora, sono presenti grandi catini invetriati, recipienti collettivi da tavola con diametri tra 26 e 35 cm.

Tra le ceramiche tardo-medievali abbiamo le graffite, prodotte tra XIII e XV sec., legate all’influenza culturale esercitata dalle manifatture ceramiche veneziane. Si tratta quindi di produzioni di qualità, che testimoniano un artigianato evoluto, ma che persero di bellezza decorativa quando si affermarono le maioliche, oggetti di pregio  a diffusione limitata.

A Soleto, infine, i grandi catini graffiti tendono a essere particolarmente ricchi nel repertorio figurativo, tanto da far pensare non solo ad una presenza di vasai locali molto esperti ma anche a committenze importanti. Tali prodotti erano  destinati ad essere esposti, appesi alle pareti o poggiati sulle credenze, costituendo una manifestazione indiscutibile della ricchezza della famiglia (I. B. D’A.).

 

* I testi sono stati elaborati dalla prof.ssa Ida Blattmann D’Amelj, archeologa medievale e docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Classico “Virgilio” di Lecce.

L’elaborazione grafica del pannello e alcune foto e disegni si devono all’ing. Gianni Carluccio, docente presso l’I.I.S.S. “E. Fermi” di Lecce.

Entrambi fanno parte del Comitato promotore del Club UNESCO di Zollino (Lecce).

 

 

© Testi e foto, laddove non diversamente indicato, sono di proprietà dell’Ing. Gianni Carluccio e della Prof.ssa Ida Blattmann D’Amelj. E’ vietata la riproduzione, anche parziale, senza una preventiva autorizzazione degli Autori.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*